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Quando
Travis, con la giacca
imbottita di armi, si volta verso lo specchio… Quando Travis guarda
nello specchio, vede me…
Quelli
come me. Affini, se non
proprio identici, a te. Quelli come te, quelli come me. Stesso
impasto di solitudini e colazioni malfatte. Di scuole popolari e
graduale rancore e tracolli e letture indocili estremizzate in quelle
stanze: una branda, un lavandino, un tavolo, un fornello. Quelli come
Travis. A diversi livelli di marcescenza intellettuale. Preparazione.
Disciplina dell’insonnia. Io che mi alleno alla sbarra. Tu che
annoti le tue sentenze di guerra. Addominali. Repertorio. Istruzione.
Mandavo giù due gallette, una sorsata di vodka. I libri dei
filosofi. Film porno paragonabili alla gestione di una macelleria, il
lavorio della carne addosso alla carne. Poi ci misuriamo con la
pistola, noi contro lo specchio. Mentre sono ancora tutte smarrite
nel sonno, tutte o quasi, le altre forme di vita esonerate, indenni,
che si accontentano e conoscono la vita dal lato giusto e non si
sveglieranno se farai rumore. Ed è opportuno che non aprano
mai gli occhi, dato che mordono la vita dal lato giusto: tra i denti
il Big Mac d’insulsaggini democratiche, l’hamburger del consenso.
Tutti abbracciati nella catena magica, i senatori con la mascherata
le riforme sociali i motti arguti le statistiche, puttane papponi
venditori sacerdoti mendicanti leccaculo autisti di pullman
maschietti sdolcinati. Come se la spassano, loro. Hanno il background
di menzogne che ingannano il corpo, le promesse di felicità.
Hanno l’amore, che pur passando, pur svanendo, non li stronca.
Hanno le formule sbrigative per metterti a tacere. Per zittire quelli
come me. Per buttarmi giù, farmi ritornare nella topaia.
Travis sono io, tutti noi siamo lui, tutti noi siamo nello specchio.
Tutti i suoi simili, la sua stirpe. Siamo i rimasugli di una
mitologia infamante. Acari dostoevskijani. Cliché. Rimarchiamo
questioni sempre più inaccessibili, lontane dal boccone giusto
della vita, perché alla nostra attenzione consegniamo solo
quegli input che rafforzeranno la condizione di dannati. Infliggiti
il massimo della pena, senza sbocchi. Ci dispiace: stando ai test,
lei non risulta confacente, secondo i nostri parametri qualitativi di
base, lei... Voglia accettare questo sorriso, per il disturbo
arrecatole. No: è il sorriso riservato anche all’ultimo
degli stronzi, non si faccia illusioni. No: lei non è il mio
tipo. Mi ascolti: lei ha la pelle di un colore strano, quasi
giallognolo, non è che sta per morire? Non vorrà
morirmi qui? Bentornato, uomo. Infliggiti l’intero arco della pena.
In fondo al castigo c’è il discernimento. Rigetta le
soluzioni di ripiego. Niente docilità. Perennemente sotto
stress. Ecco il tuo bushido casalingo: hai costruito la tua grande
necessità, sei tutt’uno con il compito. Quelli come me non
respirano, hanno l’emoglobina scostante, inquieta, sgretolata,
affetta da un qualche disturbo post traumatico. Tu non stai
respirando: ovviamente è un privilegio riservato anche
all’ultimo degli stronzi, perciò non illuderti. Sono
coartazioni polmonari, queste. Significa che non cerchi l’aria dal
lato giusto della vita. Carica la pistola, Travis. Tu o io. O uno
qualunque tra quelli che assomigliano a noi. Dalle ricorrenti
dissociazioni a una compiuta Mr. Hyde Session. Quattro ore di sonno
nell’ultima settimana. Tu, io. Siamo disequazioni biologiche:
sempre maggiori o minori, mai uguali. Quelli come noi. Mai uguali
alla salvezza.
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