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L'esercito delle 12 scimmie
Taxi Driver
2046








 

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 Taxi Driver  (di Martin Scorsese)  


Quando Travis, con la giacca imbottita di armi, si volta verso lo specchio… Quando Travis guarda nello specchio, vede me

Quelli come me. Affini, se non proprio identici, a te. Quelli come te, quelli come me. Stesso impasto di solitudini e colazioni malfatte. Di scuole popolari e graduale rancore e tracolli e letture indocili estremizzate in quelle stanze: una branda, un lavandino, un tavolo, un fornello. Quelli come Travis. A diversi livelli di marcescenza intellettuale. Preparazione. Disciplina dell’insonnia. Io che mi alleno alla sbarra. Tu che annoti le tue sentenze di guerra. Addominali. Repertorio. Istruzione. Mandavo giù due gallette, una sorsata di vodka. I libri dei filosofi. Film porno paragonabili alla gestione di una macelleria, il lavorio della carne addosso alla carne. Poi ci misuriamo con la pistola, noi contro lo specchio. Mentre sono ancora tutte smarrite nel sonno, tutte o quasi, le altre forme di vita esonerate, indenni, che si accontentano e conoscono la vita dal lato giusto e non si sveglieranno se farai rumore. Ed è opportuno che non aprano mai gli occhi, dato che mordono la vita dal lato giusto: tra i denti il Big Mac d’insulsaggini democratiche, l’hamburger del consenso. Tutti abbracciati nella catena magica, i senatori con la mascherata le riforme sociali i motti arguti le statistiche, puttane papponi venditori sacerdoti mendicanti leccaculo autisti di pullman maschietti sdolcinati. Come se la spassano, loro. Hanno il background di menzogne che ingannano il corpo, le promesse di felicità. Hanno l’amore, che pur passando, pur svanendo, non li stronca. Hanno le formule sbrigative per metterti a tacere. Per zittire quelli come me. Per buttarmi giù, farmi ritornare nella topaia. Travis sono io, tutti noi siamo lui, tutti noi siamo nello specchio. Tutti i suoi simili, la sua stirpe. Siamo i rimasugli di una mitologia infamante. Acari dostoevskijani. Cliché. Rimarchiamo questioni sempre più inaccessibili, lontane dal boccone giusto della vita, perché alla nostra attenzione consegniamo solo quegli input che rafforzeranno la condizione di dannati. Infliggiti il massimo della pena, senza sbocchi. Ci dispiace: stando ai test, lei non risulta confacente, secondo i nostri parametri qualitativi di base, lei... Voglia accettare questo sorriso, per il disturbo arrecatole. No: è il sorriso riservato anche all’ultimo degli stronzi, non si faccia illusioni. No: lei non è il mio tipo. Mi ascolti: lei ha la pelle di un colore strano, quasi giallognolo, non è che sta per morire? Non vorrà morirmi qui? Bentornato, uomo. Infliggiti l’intero arco della pena. In fondo al castigo c’è il discernimento. Rigetta le soluzioni di ripiego. Niente docilità. Perennemente sotto stress. Ecco il tuo bushido casalingo: hai costruito la tua grande necessità, sei tutt’uno con il compito. Quelli come me non respirano, hanno l’emoglobina scostante, inquieta, sgretolata, affetta da un qualche disturbo post traumatico. Tu non stai respirando: ovviamente è un privilegio riservato anche all’ultimo degli stronzi, perciò non illuderti. Sono coartazioni polmonari, queste. Significa che non cerchi l’aria dal lato giusto della vita. Carica la pistola, Travis. Tu o io. O uno qualunque tra quelli che assomigliano a noi. Dalle ricorrenti dissociazioni a una compiuta Mr. Hyde Session. Quattro ore di sonno nell’ultima settimana. Tu, io. Siamo disequazioni biologiche: sempre maggiori o minori, mai uguali. Quelli come noi. Mai uguali alla salvezza.