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Mota Colony
Una presentazione, più o meno...
 



 

Fondo per il riso!

   
 New Mota Times (1)  

Che avesse visto giusto, Nietzsche? Forse aveva proprio ragione Nietzsche, forse dovremmo affidarci a Nietzsche, forse anche qui Nietzsche aveva capito tutto, tanto per cambiare. Forse: "... si fraintendono i grandi uomini, se li si considera secondo la miserabile prospettiva di una pubblica utilità. Che non si sappia trarre da loro alcun vantaggio, è un fatto di per sé connesso alla grandezza..."

Benché io sia ogni giorno più stupido, ancora mi perdóno.

E mi prendo il silenzio utile a capire; nel frattempo, non scriverò nulla... Siate condiscendenti di fronte a questa necessaria sosta. Intanto, ringrazio tutti coloro che, in varia misura, hanno sostenuto questo lavoro, vi hanno collaborato con impegno diretto, suggerimenti e critiche; ringrazio familiari e amici; ringrazio lettori distanti, lettori non identificabili, con la speranza che siano anche i lettori futuri. Quanto al resto, rimango fermo sulle mie posizioni, e non intendo dirottare nessuno di questi scritti verso operazioni editoriali. Sento che non appartengono né a me né a questo tempo, quindi è davvero improbabile che possano appartenere alla chiassosa industria culturale odierna: vorrei che in essi si conservassero il differimento, la disunità, il dissenso, la differenza. So che sto sbagliando tutto. So anche che, sbagliando, non voglio imparare. Cercate di stare bene, e grazie ancora... (Mota, inverno 2008)


 New Mota Times (2)  


CHAGALL MICROFAUNA  
 

Un giorno, un uomo il cui nome non era XY ma che voi chiamerete XY – chissà cosa sarà mai, questa idea fissa degli eterocromosomi, neanche la pazzia potesse davvero davvero davvero trovarsi nel cromosoma Y – uscì di casa e si allontanò passeggiando sotto i portici, lo sguardo concentrato, quasi torvo, leggendo di sguincio e per diletto nel pensiero delle cose. Ma questo non è niente: molto più soprannaturale sarebbe stato, molto più forte e soprannaturale sarebbe stato l’amore che di lì a poco avrebbe accostato bocche, dirottato energia termica dentro letti matrimoniali, soprannaturale e incontrollato e sognante come la vostra storia d’amore che danza nello spazio, come Chagall. A un tratto XY si rese conto che – se voleva innamorarsi alla stessa maniera di coloro che sembra possano sottrarsi all’inferno artico e salvarsi, espellendo finalmente, una volta per tutte, l’antigelo dalle arterie – proprio non poteva continuare a camminare lungo quella strada. Allora si fermò, e guardò prima in alto, come fanno quelli che ancora si meravigliano degli aeroplani e del loro sparo diluito per chilometri mentre atterrano ai margini delle città. Poi prese a camminare in verticale sulla facciata di una palazzina, antica ma ristrutturata da poco, la cui architettura zigrinata e intarsiata e avvolgente e curata infondeva sensazioni di New Orleans e di mercatino natalizio bavarese, di un disco jazz ascoltato davanti a un camino acceso in uno chalet sulle Alpi, una palazzina a tre piani con spauriti balconcini di legno che sbucavano da mansarde, e finestre e finestrelle e ornamenti rampicanti ritagliati in quel ferro incantevole che è possibile creare solo in un fulgore che sia freddo e caldo insieme, e alla fine XY trovò una finestra aperta ed entrò in un appartamento che ricordava – oltre a tutto il resto – anche la vita da artista, da artista povero e geniale a Montparnasse, in un secolo diverso dal vostro. Seduta su una cassapanca, in un angolo, con un’ingombrante telecamera professionale posata accanto ai piedi e spenta, e i gomiti appoggiati sulle ginocchia e il viso sorretto dalle mani pallide che venivano su da quei gomiti in fondo ad altrettanto pallidi avambracci, insomma più o meno in questa posizione lui sorprese XX, ovviamente bellissima bellissima bellissima, e forte come una roccia ma né sbreccata né casuale come una roccia, XX che lavorava per un canale della tv satellitare esclusivamente dedicato alle abitazioni per multimilionari e all’arredamento di quelle abitazioni, XX che era il bellissimo volto noto e pervaso da una strana tristezza di quella serie di minidocumentari su case e appartamenti di lusso, che se avevate parecchi soldi e incappavate nella puntata giusta potevate soddisfare il vostro desiderio di acquistare il bilocale in cui un giovane pittore ucraino era morto di tubercolosi molti anni prima che XY si innamorasse di XX, in quell’istante, mentre lei distratta aspettava un cameraman fuggito per sempre a prendere un caffè. Le vostre case non erano fredde, ma nei vostri sogni non si volava. Però XX si sentì subito attratta dall’atteggiamento di XY, da quel suo modo di guardare – sia che si soffermasse su di lei sia che sbandasse, simile al vento, nel mondo – a metà tra l’intellettuale e il brigante, e accettò di avvicinarsi con lui alla finestra, si lasciò prendere per mano come si raccoglie l’acqua per bere, perché siete in un luogo dove l’acqua è tale che sentite il bisogno di berla nonostante non abbiate sete. Così stando a contatto, cadendo nel vuoto e riguadagnando subito quota, mezzo sconosciuti, lei elegante e con il trucco leggero che le bastava per comparire in televisione, lui senza il peso della noia e la benda romantica dell’eterno femminino e della filosofia e cioè senza l’angoscia di annegare in una stanza meditando sulla termoresistenza dei corpi, riuscirono a pilotare il loro balletto dell’amore introduttivo in mezzo a litri e litri di cielo rovesciato sulla terra, osservarono dall’alto i tetti e la mappa delle strade, in una scomposizione e ricomposizione dell’amore introduttivo che tremando cominciava a diventare credibile credibile credibile, per entrambi, solido come la fiducia riposta in una nuova, ineguagliabile, tecnologia del decollo aerospaziale. Dopo aver planato sulle vostre teste, sulla vostra gioia di animali difficili – questi animali che gravidi strofinano il muso gli uni contro gli altri, che sorridono, come? in che modo sorridono?, che possiedono una limitata capacità di dare brillamento esteriore alle esplosioni che dentro però avvertono con estrema chiarezza, a quelle detonazioni fredde senza risposta, la piccolezza di questi animali visti dagli aerei di linea, animali che si raffreddano asciutti e inerti come pagine tra le lenzuola matrimoniali, abbonati al ripresentarsi della solitudine più oscena, questi minuscoli animali schiantati diffamati confutati che ancora dipingono teoremi, questi abitanti della Terra e del Sole in pace reciproca – dopo aver stancato le loro ali, tanto sottili da non rimandare la luce allo sguardo, un’ala ciascuno come nella simmetria di una farfalla prima che l’autunno la uccida, XX e XY comprarono un letto a due piazze abbastanza comune, con la spalliera in acciaio laccato nero e il materasso di 160x200 centimetri, cuscini, coperte, e vi andarono ad abitare. Ed erano felici felici felici: garantito. In quel letto, che non era mai freddo perché se si è in due il calore è ciclico, sperimentarono tutto ciò che si può vivere in un letto – sempre che sia stato l’amore a comprarvelo, il letto, con i soldi messi via nell’attesa – anzi si potrebbe dire che XX e XY non lesinarono collisioni tra le particelle dei loro muscoli e dei respiri, che svolsero tutti i compiti che si possono svolgere anche altrove ma meglio se in un letto, come scambiarsi confidenze, come sfregarsi e perdersi in vezzeggiativi, come perdersi in cose inutili di questo tipo, come questo tipo di calore ciclico da XX a XY e viceversa, come fare l’amore. Ma i vostri sogni non sono Chagall. All’improvviso vi sveglierete, e sarà in piena notte – al centro dello scavo creatosi su un lato di quel medesimo letto acquistato con i sofferti risparmi dell’amore – e vi accorgerete che l’altra metà del materasso è sgombra e gelida, che siete soli e che adesso parrebbe una follia tentare di riscaldare completamente quel letto, la zona desertica che si estende due centimetri alla vostra destra o due centimetri alla vostra sinistra, fredda di qualcuno che se n’è andato. Ma XY, da buon intellettuale e brigante, ci provò ugualmente. Spostò prima un piede, poi una gamba, verso il freddo, poi si trascinò di là tutto intero – voi, anche voi, dormite in questo cantuccio di macelleria? ormai sveglio e disperato come un oceano poco accogliente situato a nord, XY trasferì il proprio calore alla porzione di letto che XX aveva abbandonato, ma poi si chiese a chi appartenesse in realtà il posto vuoto, e se non fosse il suo, che si era raffreddato dopo l’equilibrio delle temperature, dopo la fine dello stropicciamento atomico e dello scuotersi e dell’incamerare amore dalle cose, dalla Terra e dal Sole e dall’altra metà del letto, e si spostò di nuovo, dall’altra parte nel tentativo di scaldarla anche se lei non c’era più. Fu così che XY cedette un po’ di calore ai fili del lenzuolo, al cotone, alla trapunta, ai coloranti industriali, un po’ di calore all’invenzione della tessitura sotto la quale restava intrappolata l’atmosfera come un habitat artificiale su Marte, un po’ di calore agli scatti del sonno, un po’ di calore al posto che il suo stesso corpo aveva occupato fino a un secondo prima, un po’ di calore alla struttura in acciaio laccato nero e da lì al pavimento, e dal pavimento alle pareti, e dalle pareti al soffitto, e dal soffitto al cielo, un po’ di calore dispensato a beneficio dell’universo sebbene l’universo non l’avesse richiesto, un po’ di calore alla pelle e al sangue lontanissimi di XX, e poi si accorse che se muoveva di poco il piede precipitava di nuovo nel buio spoglio e freddo, e allora occorreva altro calore, per cui XY, questa volta a malapena cosciente, migrava nell’altra metà del letto prima di riaddormentarsi. Più debole, più leggero di un grammo. Finché una mattina non lo trovarono lì, inadeguato al compito, nella terra di nessuno al centro del materasso, morto – che ci crediate o no –assiderato assiderato assiderato. 

(tratto da "Dama Di Raion - Parte IV"