CHAGALL MICROFAUNA Un
giorno, un uomo il cui nome non era XY ma che voi chiamerete XY –
chissà cosa sarà mai, questa idea fissa degli eterocromosomi, neanche
la pazzia potesse davvero davvero davvero trovarsi nel cromosoma Y –
uscì di casa e si allontanò passeggiando sotto i portici, lo sguardo
concentrato, quasi torvo, leggendo di sguincio e per diletto nel
pensiero delle cose. Ma questo non è niente: molto più soprannaturale
sarebbe stato, molto più forte e soprannaturale sarebbe stato l’amore
che di lì a poco avrebbe accostato bocche, dirottato energia termica
dentro letti matrimoniali, soprannaturale e incontrollato e sognante
come la vostra storia d’amore che danza nello spazio, come Chagall. A
un tratto XY si rese conto che – se voleva innamorarsi alla stessa
maniera di coloro che sembra possano sottrarsi all’inferno artico e
salvarsi, espellendo finalmente, una volta per tutte, l’antigelo dalle
arterie – proprio non poteva continuare a camminare lungo quella
strada. Allora si fermò, e guardò prima in alto, come fanno quelli che
ancora si meravigliano degli aeroplani e del loro sparo diluito per
chilometri mentre atterrano ai margini delle città. Poi prese a
camminare in verticale sulla facciata di una palazzina, antica ma
ristrutturata da poco, la cui architettura zigrinata e intarsiata e
avvolgente e curata infondeva sensazioni di New Orleans e di mercatino
natalizio bavarese, di un disco jazz ascoltato davanti a un camino
acceso in uno chalet sulle Alpi, una palazzina a tre piani con spauriti
balconcini di legno che sbucavano da mansarde, e finestre e finestrelle
e ornamenti rampicanti ritagliati in quel ferro incantevole che è
possibile creare solo in un fulgore che sia freddo e caldo insieme, e
alla fine XY trovò una finestra aperta ed entrò in un appartamento che
ricordava – oltre a tutto il resto – anche la vita da artista, da
artista povero e geniale a Montparnasse, in un secolo diverso dal
vostro. Seduta su una cassapanca, in un angolo, con un’ingombrante
telecamera professionale posata accanto ai piedi e spenta, e i gomiti
appoggiati sulle ginocchia e il viso sorretto dalle mani pallide che
venivano su da quei gomiti in fondo ad altrettanto pallidi avambracci,
insomma più o meno in questa posizione lui sorprese XX, ovviamente
bellissima bellissima bellissima, e forte come una roccia ma né
sbreccata né casuale come una roccia, XX che lavorava per un canale della
tv satellitare esclusivamente dedicato alle abitazioni per
multimilionari e all’arredamento di quelle abitazioni, XX che era il
bellissimo volto noto e pervaso da una strana tristezza di quella serie
di minidocumentari su case e appartamenti di lusso, che se avevate
parecchi soldi e incappavate nella puntata giusta potevate soddisfare
il vostro desiderio di acquistare il bilocale in cui un giovane pittore
ucraino era morto di tubercolosi molti anni prima che XY si innamorasse
di XX, in quell’istante, mentre lei distratta aspettava un cameraman
fuggito per sempre a prendere un caffè. Le vostre case non erano
fredde, ma nei vostri sogni non si volava. Però XX si sentì subito
attratta dall’atteggiamento di XY, da quel suo modo di guardare – sia
che si soffermasse su di lei sia che sbandasse, simile al vento, nel
mondo – a metà tra l’intellettuale e il brigante, e accettò di
avvicinarsi con lui alla finestra, si lasciò prendere per mano come si
raccoglie l’acqua per bere, perché siete in un luogo dove l’acqua è
tale che sentite il bisogno di berla nonostante non abbiate sete. Così
stando a contatto, cadendo nel vuoto e riguadagnando subito quota,
mezzo sconosciuti, lei elegante e con il trucco leggero che le bastava
per comparire in televisione, lui senza il peso della noia e la benda
romantica dell’eterno femminino e della filosofia e cioè senza
l’angoscia di annegare in una stanza meditando sulla termoresistenza
dei corpi, riuscirono a pilotare il loro balletto dell’amore
introduttivo in mezzo a litri e litri di cielo rovesciato sulla terra,
osservarono dall’alto i tetti e la mappa delle strade, in una
scomposizione e ricomposizione dell’amore introduttivo che tremando
cominciava a diventare credibile credibile credibile, per entrambi,
solido come la fiducia riposta in una nuova, ineguagliabile, tecnologia
del decollo aerospaziale. Dopo aver planato sulle vostre teste, sulla
vostra gioia di animali difficili – questi animali che gravidi
strofinano il muso gli uni contro gli altri, che sorridono, come? in
che modo sorridono?, che possiedono una limitata capacità di dare
brillamento esteriore alle esplosioni che dentro però avvertono con
estrema chiarezza, a quelle detonazioni fredde senza risposta, la
piccolezza di questi animali visti dagli aerei di linea, animali che si
raffreddano asciutti e inerti come pagine tra le lenzuola matrimoniali,
abbonati al ripresentarsi della solitudine più oscena, questi minuscoli
animali schiantati diffamati confutati che ancora dipingono teoremi,
questi abitanti della Terra e del Sole in pace reciproca – dopo aver
stancato le loro ali, tanto sottili da non rimandare la luce allo
sguardo, un’ala ciascuno come nella simmetria di una farfalla prima che
l’autunno la uccida, XX e XY comprarono un letto a due piazze
abbastanza comune, con la spalliera in acciaio laccato nero e il
materasso di 160x200 centimetri, cuscini, coperte, e vi andarono ad
abitare. Ed erano felici felici felici: garantito. In quel letto, che
non era mai freddo perché se si è in due il calore è ciclico,
sperimentarono tutto ciò che si può vivere in un letto – sempre che sia
stato l’amore a comprarvelo, il letto, con i soldi messi via
nell’attesa – anzi si potrebbe dire che XX e XY non lesinarono
collisioni tra le particelle dei loro muscoli e dei respiri, che
svolsero tutti i compiti che si possono svolgere anche altrove ma
meglio se in un letto, come scambiarsi confidenze, come sfregarsi e
perdersi in vezzeggiativi, come perdersi in cose inutili di questo
tipo, come questo tipo di calore ciclico da XX a XY e viceversa, come
fare l’amore. Ma i vostri sogni non sono Chagall. All’improvviso vi
sveglierete, e sarà in piena notte – al centro dello scavo creatosi su
un lato di quel medesimo letto acquistato con i sofferti risparmi
dell’amore – e vi accorgerete che l’altra metà del materasso è sgombra
e gelida, che siete soli e che adesso parrebbe una follia tentare di
riscaldare completamente quel letto, la zona desertica che si estende
due centimetri alla vostra destra o due centimetri alla vostra
sinistra, fredda di qualcuno che se n’è andato. Ma XY, da buon
intellettuale e brigante, ci provò ugualmente. Spostò prima un piede,
poi una gamba, verso il freddo, poi si trascinò di là tutto intero –
voi, anche voi, dormite in questo cantuccio di macelleria? –
ormai sveglio e disperato come un oceano poco accogliente situato a
nord, XY trasferì il proprio calore alla porzione di letto che XX aveva
abbandonato, ma poi si chiese a chi appartenesse in realtà il posto
vuoto, e se non fosse il suo, che si era raffreddato dopo l’equilibrio
delle temperature, dopo la fine dello stropicciamento atomico e dello
scuotersi e dell’incamerare amore dalle cose, dalla Terra e dal Sole e
dall’altra metà del letto, e si spostò di nuovo, dall’altra parte nel
tentativo di scaldarla anche se lei non c’era più. Fu così che XY
cedette un po’ di calore ai fili del lenzuolo, al cotone, alla
trapunta, ai coloranti industriali, un po’ di calore all’invenzione
della tessitura sotto la quale restava intrappolata l’atmosfera come un
habitat artificiale su Marte, un po’ di calore agli scatti del sonno,
un po’ di calore al posto che il suo stesso corpo aveva occupato fino a
un secondo prima, un po’ di calore alla struttura in acciaio laccato
nero e da lì al pavimento, e dal pavimento alle pareti, e dalle pareti
al soffitto, e dal soffitto al cielo, un po’ di calore dispensato a
beneficio dell’universo sebbene l’universo non l’avesse richiesto, un
po’ di calore alla pelle e al sangue lontanissimi di XX, e poi si
accorse che se muoveva di poco il piede precipitava di nuovo nel buio
spoglio e freddo, e allora occorreva altro calore, per cui XY, questa
volta a malapena cosciente, migrava nell’altra metà del letto prima di
riaddormentarsi. Più debole, più leggero di un grammo. Finché una
mattina non lo trovarono lì, inadeguato al compito, nella terra di
nessuno al centro del materasso, morto – che ci crediate o no –assiderato assiderato assiderato. (tratto da "Dama Di Raion - Parte IV")
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