|

“2046” si offre in
tutta la
sua bellezza di opera maestosa ed elegante, solcata dall’amarezza
(senza tuttavia disdegnare un certo istrionismo demodè),
struggente, articolata, visivamente compiaciuta (e a buon diritto),
costruita mediante un’abile polisemia su una fitta rete di
ossessioni tematiche, corrispondenze, cortocircuiti temporali. Paragonabile a Quentin Tarantino
e ad altri postmoderni
per il riutilizzo dei generi e l’ibridazione stilistica, ma su un
versante meno violento, meno sguaiato e più poetico, il Wong
Kar Wai di questo film rientra nella categoria degli artisti che non
temono di esagerare e osano, osano di continuo, fino al pericoloso
limite della perfezione. Sovrapponendo o invertendo ruoli,
incatenando innamoramenti e frasi d’addio, impastando i ricordi, le
sottotrame, le musiche, orchestrando in modo geniale l’aria d’opera
con la rumba e il jazz, le inquadrature decentrate con i riflessi
dentro gli specchi e le forme fuori fuoco, il regista come un
demiurgo visionario e nostalgico dà corpo a una narrazione
cinematografica sull’amore in cui nulla è lasciato al caso,
in cui perfino gli elementi profilmici, i dialoghi secondari, i
manierismi dei protagonisti, sorvolati dalla splendida colonna
sonora, concorrono alla realizzazione di un’esperienza ammaliante e
quasi sinestetica – è solo cinema, immagini, parole, suoni,
su un piano diverso rispetto al tuo…
eppure, è anche altro:
le scarpe di una delle donne che sfregano sul pavimento, in una sorta
di piccola danza privata, mentre lei impara ad alta voce la lingua
del suo innamorato; i locali affollati, l’urto tra i corpi, il
fumo; le camere da letto, le pensioni di quart’ordine, con gli
scricchiolii del legno, chiazze di pioggia sulle scale, corridoi
stretti; l’interno del taxi, tra luce e ombra, la sensazione
tattile dei sedili e del corpo accanto al tuo, proprio su quel taxi,
alla fine di una serata; la brillantina di Tony Leung sotto le dita,
e alla radio la voce di Nat King Cole che interpreta The
Christmas Song, e
quell’attesa un po’ angosciosa inspiegabilmente connaturata alle
atmosfere natalizie; i sapori delle minestre sorbite lentissimamente,
i profumi di queste amanti scomparse quando le abbracciavi per
l’ultima volta; e poi lo scorrere interminabile delle ore, a bordo
di quel treno immaginario che porta nell’anno 2046, il viaggio da
cui nessuno è mai tornato… Infine, ovviamente, l’amore.
Il tema, la sorgente gravitazionale; e nondimeno anche il nucleo
mancante, mai circoscrivibile, ciò che lega e slega, corrode e
incendia, riempie di senso i giorni o li spoglia di ogni valore in un
attimo, apparentemente sfuggendo a una logica, ma in realtà
sulla base della più inflessibile tra le leggi dell’universo
umano: quella del tempo.
Tutti, in questo film, sia uomini che donne, subiscono nelle loro
vicende interpersonali gli effetti di una mancanza di sincronia,
amando un passato che non si dissolve nell’accettazione
dell’abbandono, oppure un impossibile e suggestivo futuro – quasi
fossero esatte repliche, sia uomini che donne, degli androidi con
emozioni differite in servizio sul treno/macchina del tempo (una
macchina del tempo, appunto, dell’amore e della memoria). Si
manifesta così la completa significazione di questo sentimento
– dal gioco iniziale alla presa di coscienza, dall’irruzione
inaspettata al bisogno divenuto ormai organico, dal dolore per una
storia finita alla conseguente diffidenza, dall’accendersi della
passione alla sfida patetica delle scopate di ripiego – senza che
esso sia mai davvero presente;
è assenza matematica dell’amore, è la ritrosia dopo
l’allettante promessa, è una sottrazione dell’amore
astratto, che si nega a ogni tentativo di controllo da parte della
sua progenie biologica. La reazione di queste creature ripudiate,
ferite, sole, forse l’unico rimedio che consenta loro di non
disperdere il poco calore restante, le porterà a bordo di un
treno in viaggio verso il 2046, l’anno in cui tutto ciò che
è andato perduto potrà essere recuperato – anche se
dovesse trattarsi solamente della dipendenza eterna dalla più
micidiale delle illusioni.
|