Ultime Trasmissioni:

L'esercito delle 12 scimmie
Taxi Driver
2046








 

Questa opera è pubblicata sotto la Licenza Creative Commons

   
 L'Esercito delle 12 Scimmie (di Terry Gilliam)  

Sottovalutato, dimenticato, disertato dal grande pubblico. Capita spesso, non bisogna sorprendersi. Questo “Twelve monkeys”, però, è un film decisamente bello, forse uno dei migliori film di genere tra quelli sfornati negli ultimi anni.

Ispirato al cortometraggio “La Jetée” di Chris Marker, il lavoro del regista Terry Gilliam ci presenta un futuro in cui i soliti superstiti – scompaginati e privi d’identità psichica – sono costretti a vivere in una sorta di penitenziario sotterraneo, a causa di una misteriosa epidemia che, nell’anno 1997, ha cancellato la civiltà dalla superficie terrestre, uccidendo 5 miliardi di persone. La casta di pseudoscienziati che sembra governare questa nuova struttura sociale decide di inviare indietro nel tempo uno dei reclusi, James Cole, nell’oscuro tentativo di raccogliere informazioni attorno al virus e ai responsabili della sua diffusione, i militanti del fantomatico Esercito delle 12 scimmie. Ma Cole scoprirà a sue spese che le cose non sempre sono ciò che sembrano, nemmeno dal punto di vista – che dovrebbe essere privilegiato – di coloro che scrutano dal presente un passato ormai compiuto.

Viaggi nello spazio-tempo, ma senza troppa serietà. Gilliam smonta l’idea ipertecnologica legata a questa impresa mostrataci da molta fantascienza hollywoodiana, realizzando un’opera cyberpunk senza punk e con pochissimo cyber. La scena si riempie d’utensileria barocca, serpentine di vetro, schermi bordati d’ottone, cavi spessi un polso, quadranti, leve, e non ci sarebbe da sorprendersi se il tutto funzionasse a vapore. I viaggi temporali sono frutto dell’approssimazione e di una strumentazione riciclata, artigianale, analogica; i salti sono imprecisi, ingestibili dagli stessi scienziati, figure inquietanti e oniriche dal dubbio quoziente intellettivo. Perfino il tempo risulta equivoco: forse una totalità monolitica in perpetuo ricircolo – l’eterno ritorno dell’uguale che ha già compreso sia catastrofi sia riscatti – forse una semplice rappresentazione della coscienza umana sul punto di sfaldarsi in mille paradossi. Il disegno è complesso, al punto che un Cole bambino assisterà alla propria morte, da quel momento in poi suo sogno ricorrente.

Notevole il lavoro sulle isotopie narrative: i lavaggi forzati di Cole nelle varie epoche; le gabbie, le scimmie vere e quelle dotte, lo zoo animale e quello umano post-epidemia; le voci invisibili, strumenti della paranoia; i camici bianchi degli scienziati e degli psichiatri; lo schermo tv come collante tra verità e apparenza; le Florida Keys, sponsorizzate come il luogo fuori del tempo, irraggiungibili.

Incastri alterati, in cui l’elemento dominante sembra essere la schizofrenia, dalle sue manifestazioni più banali fino alle ripercussioni che essa può avere sul tessuto collettivo della realtà, rese attraverso uno sguardo deviato e irregolare della macchina da presa. Film visionario, dunque, a tratti geniale nella messinscena (nonostante una leggerezza nel colpo di scena per agnizione del finale), un punto di confluenza per molteplici modelli letterari: Kafka, Poe, Dick.

Da segnalare, infine, le prove degli attori (bravo e convincente Bruce Willis, Madeleine Stowe nel suo formato classico, formidabile Brad Pitt nella parte dello schizoide ambientalista) e le sequenze del manicomio, con la perfezione dei dettagli, lo spessore dei dialoghi, la forza espressiva del colore bianco – vuoto assoluto che domina su tutto, compresi gli scherzi del nostro cervello.


CONSIDERAZIONI DI UNO PSICOTICO APPRENDISTA ATTORNO ALLA VOLATILITÀ DELLA MENTE UMANA E ALLA VICENDA DI J. COLE IN PARTICOLARE

Si limita a infoltire la nostra schiera di ospiti, questo James Cole: una consistente nidiata di bocche da dissetare con gocce tranquillizzanti, dispoglianti, gocce di distensione, gocce di beatificante mansuetudine. Prescritte a questi individui che delirano, che ripetono a denti stretti: I sopravvissuti abbandoneranno la superficie del pianeta… No. Non accadrà. Non accadrà… Poi c’è un’altra superficie, che noi tutti abbiamo abbandonato ormai da tempo: la superficie della realtà, dell’oggettività. L’estensione di un’idea condivisa ed equidistante dalle nostre strategie individuali. Quindi, ciò che Cole sta ripetendo, mentre i nostri infermieri ne sorvegliano ogni respiro, è che i sopravvissuti hanno abbandonato la dottrina di un punto d'appoggio comune in grado di rappresentare, al contempo, la nostra provenienza e il nostro destino. Cole ci sta dicendo che in questo tipo di realtà si recita la parte dei volontari, senza essersi mai offerti come tali. Volontari obbligati. Nati schiavi, testimoni della nostra disfatta. Cole schernisce le nostre ambizioni di un’ineccepibile gestione psichiatrica: Io sono pazzo, e voi siete la mia pazzia… Impossibile replicare, se non chimicamente: la chimica del farmaco ci viene sempre in aiuto. Se ascoltassimo Cole, finiremmo col credere che non esistano confini tra la mente e la realtà, ma solo un divenire incessante di sovrapposizioni. La realtà di una sparatoria in un aeroporto che diventa il sogno di un prigioniero, di un volontario obbligato a rientrare nel proprio sogno… in realtà, un ricordo, trascritto in codice e respiro trattenuto, tramutato nel bagliore degli occhi del bambino che sarà prigioniero e che viaggerà attraverso il tempo per diventare il protagonista reale del proprio ricordo, l’attore principale della propria morte… È la realtà, certo. Ma è il sogno di Cole. Ed è il ricordo di Cole... Gli artisti e i filosofi del Romanticismo ruotavano inebriati attorno a questo nucleo caldo: la compiuta identità di ricordo, sogno e mondo in sé. Per cui, romanticamente, aumentiamo il dosaggio di paradiso artificiale per il soggetto James Cole… Chiudiamolo nella gabbia, assieme agli altri, in mezzo ai giochi. Qualcuno, magari un uomo con lo smoking e le pantofole di peluche, gli suggerirà la soluzione: Quando smetterò di immaginarmi altrove, sarò guarito…


JEFFREY GOINES SHOW

siamo ancora lì, Jim ed io... ma Jim si ostina, non capisce: tutta questa faccenda dell’annientamento dell’umanità è un progetto un po’ troppo dispendioso… glielo ripeto, Jim, Jim, Jim, è un progetto folle…

“Devo fare una telefonata.”

“Una telefonata?”

“Sì.”

Una telefonata... Vuol dire comunicare col mondo esterno… È a discrezione del dottore! No! Ehi, ehi… Se tutti questi svitati telefonassero, la pazzia dilagherebbe attraverso i cavi telefonici e perforerebbe le orecchie di tutte quelle povere persone sane… infettandole, capisci? Svitati dovunque. La piaga della pazzia... In effetti, siamo pochi qui. Siamo pochi ad essere malati di mente, qui. Non parlo di te… magari tu, che ne so, tu sei veramente schizzato come un cavallo. Ma non è per questo che sei qui. Non sei qui per questo! Non sei qui per questo!”

non sei qui per questo, dico a Jim… non sei qui perché parli continuamente di questo tuo sogno, l’estinzione delle scimmie pensanti… eh eh… è il sistema, capisci? il sistema… la gabbia... vuoi che ti legga i miei appunti? vuoi sentire la verità, Jim? silenzio, voi… signori... ah, fanculo!

“Lo sai che cosa è pazzo? Pazzo è quello che impone la maggioranza…”

allora, questi sono i miei appunti… occhio, Jim, è roba top-secret: d’accordo? ma perché continuano a fare casino, quelli là… smettetela! ecco, leggi qua… lo psicofarmaco ti fa smettere di cercare / ma che cazzo stiamo cercando? si domanda l’uomo savio / cosa stiamo cercando? forse è questo, Jim, che ti fa squagliare tutto, in quella testa: non sai cosa stai cercando quaggiù? ma c’è la droga per questo, ti somministrano le medicine per questo... dottori nella casa / è il momento per voi di sospendere l’attività / noi scimmie abbiamo capito tutto / la memoria è un vizio temporale / tolto il tempo, tramite la terapia farmacologica, non avremo più nemmeno un ricordo / la nostra mente sarà piatta come una lavagna per i vostri scarabocchi… se ci spianano con quella roba, Jim, è per toglierci la cognizione del passato… e del futuro… zero progetti, capisci? neutri, spopolati, appiattiti, facili da riempire e da rieducare… e poi, Jim, quando avranno terminato con noi, forse godremo di visioni impersonali e disincarnate come schermi tv… l’uomo-schermo tv: non più scimmia pensante, non più un problema... Jim? leggi qua… non farti vedere! fai finta di niente adesso, sbava un po’, Jim, sull’accappatoio… sbava sull’accappatoio… bravo! perfetto! ecco, Jim... questi sono i miei primi appunti, gli appunti introduttivi, ma in cui i giochi erano praticamente fatti… guarda, era già tutto prefigurato, scritto chiaramente, elaborato fin nei minimi dettagli... top-secret, amico, top-secret… raccolgo stralci / raccolgo informazioni / le voci nelle orecchie / nella testa / avvengono sbalzi, sconnessioni, improvvisi lampi di lucidità, grida di assoluta cattiveria primordiale / come se avessimo tutti una radio portatile e le cuffie / come se avessimo le cuffie sopra le orecchie / peggio, dentro il cervello / cosa ho detto? / ci legano / ci danno questo, l’ago / il bicchierino con le compresse / il bianco / pulito e insapore per dissipare il ronzio delle voci e mettere la foschia al suo posto / bianco come se non fosse mai stato toccato / una condizione / flebo detector / ecco, forse / le voci riguadagnano la scena / dove siamo? una città? un centro commerciale? / tema di una cassa continua / una musichetta / che bello, tutti allegri / tutta questa gente tesa alla riproduzione / tutto questo sottobosco genetico / le scimmie / dovremmo liberare tutti questi animali / dovremmo farlo / già, lo faremo / e puoi cercare la mitologia e la biologia e l’escatologia sulle panchine di quegli anziani avviticchiati / tirarli fuori dallo zoo, liberarli / niente eccessi, Jeffrey / ecco che ritornano / lo psicofarmaco fa il suo effetto e non manca il colpo / diciamo che vuole, decide, imposta, sogna, in tua vece / decomporsi senza invecchiare / senza morire / e a quel punto venire sostituiti / perché non più riparabili / irrecuperabili schermi / piccoli vermi dall’aspetto asettico come esche di plastica si staccano dal morto che non si è accorto di essere morto / niente eccessi, dicono / anche il peggio è accettato con buonumore / la scienza psichiatrica / questa pratica da mattacchioni / si viene rimossi da dove si è / siamo qui, nel luogo che più assomiglia al Paradiso / ovvio / mio padre è Dio / e il tempo è solo un residuo materico / non ha consistenza / nessun peso sulla ragione, nessuna coscienza / e nessun’attesa / per quanto tempo ci terranno qui? / ogni evento è come deve essere mentre è / prima che loro lo taglino via / bianco, pulito, come se non fosse mai stato toccato / eppure / ecco, forse sarebbe meglio, o almeno più accettabile, se le cose e le scimmie e gli atomi cessassero di muoversi / un regalo dall’aspetto inedito / la pace / la stasi per noi peccatori… abbiamo un accordo, io e te, siamo soci adesso, siamo uniti… io non rivelerò il tuo piano, tu non rivelerai il mio… Jim, Jim, adesso ascoltami... d’accordo, Jim? ecco che ritornano…

“Venite! C’è un clistere per tutti!”