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Sottovalutato, dimenticato,
disertato dal grande pubblico. Capita spesso, non bisogna
sorprendersi. Questo “Twelve monkeys”, però, è un
film decisamente bello, forse uno dei migliori film di genere tra
quelli sfornati negli ultimi anni.
Ispirato al cortometraggio “La Jetée” di Chris Marker, il
lavoro del regista Terry Gilliam ci presenta un futuro in cui i
soliti superstiti – scompaginati e privi d’identità
psichica – sono costretti a vivere in una sorta di penitenziario
sotterraneo, a causa di una misteriosa epidemia che, nell’anno
1997, ha cancellato la civiltà dalla superficie terrestre,
uccidendo 5 miliardi di persone. La casta di pseudoscienziati che
sembra governare questa nuova struttura sociale decide di inviare
indietro nel tempo uno dei reclusi, James Cole, nell’oscuro
tentativo di raccogliere informazioni attorno al virus e ai
responsabili della sua diffusione, i militanti del fantomatico
Esercito delle 12 scimmie. Ma Cole scoprirà a sue spese che le
cose non sempre sono ciò che sembrano, nemmeno dal punto di
vista – che dovrebbe essere privilegiato – di coloro che scrutano
dal presente un passato ormai compiuto.
Viaggi nello
spazio-tempo, ma senza
troppa serietà. Gilliam smonta l’idea ipertecnologica legata
a questa impresa mostrataci da molta fantascienza hollywoodiana,
realizzando un’opera cyberpunk senza punk e
con pochissimo cyber. La
scena si riempie d’utensileria barocca, serpentine di vetro,
schermi bordati d’ottone, cavi spessi un polso, quadranti, leve, e
non ci sarebbe da sorprendersi se il tutto funzionasse a vapore. I
viaggi temporali sono frutto dell’approssimazione e di una
strumentazione riciclata, artigianale, analogica; i salti sono
imprecisi, ingestibili dagli stessi scienziati, figure inquietanti e
oniriche dal dubbio quoziente intellettivo. Perfino il tempo risulta
equivoco: forse una totalità monolitica in perpetuo ricircolo
– l’eterno ritorno dell’uguale che ha già compreso sia
catastrofi sia riscatti – forse una semplice rappresentazione della
coscienza umana sul punto di sfaldarsi in mille paradossi. Il disegno
è complesso, al punto che un Cole bambino assisterà
alla propria morte, da quel momento in poi suo sogno ricorrente.
Notevole il
lavoro sulle isotopie
narrative: i lavaggi forzati di Cole nelle varie epoche; le gabbie,
le scimmie vere e quelle dotte, lo zoo animale e quello umano
post-epidemia; le voci invisibili, strumenti della paranoia; i camici
bianchi degli scienziati e degli psichiatri; lo schermo tv come
collante tra verità e apparenza; le Florida Keys,
sponsorizzate come il luogo fuori del tempo, irraggiungibili.
Incastri
alterati, in cui l’elemento
dominante sembra essere la schizofrenia, dalle sue manifestazioni più
banali fino alle ripercussioni che essa può avere sul tessuto
collettivo della realtà, rese attraverso uno sguardo deviato e
irregolare della macchina da presa. Film visionario, dunque, a tratti
geniale nella messinscena (nonostante una leggerezza nel colpo di
scena per agnizione del finale), un punto di confluenza per
molteplici modelli letterari: Kafka, Poe, Dick.
Da segnalare, infine, le prove degli attori (bravo e convincente
Bruce Willis, Madeleine Stowe nel suo formato classico, formidabile
Brad Pitt nella parte dello schizoide ambientalista) e le sequenze
del manicomio, con la perfezione dei dettagli, lo spessore dei
dialoghi, la forza espressiva del colore bianco – vuoto assoluto
che domina su tutto, compresi gli scherzi del nostro cervello.
CONSIDERAZIONI DI UNO PSICOTICO APPRENDISTA
ATTORNO ALLA
VOLATILITÀ DELLA MENTE UMANA E ALLA VICENDA DI J. COLE IN
PARTICOLARE
Si limita a
infoltire la nostra
schiera di ospiti, questo James Cole: una consistente nidiata di
bocche da dissetare con gocce tranquillizzanti, dispoglianti, gocce
di distensione, gocce di beatificante mansuetudine. Prescritte a
questi individui che delirano, che ripetono a denti stretti: I
sopravvissuti abbandoneranno la superficie del pianeta…
No. Non accadrà. Non accadrà… Poi c’è
un’altra superficie, che noi tutti abbiamo abbandonato ormai da
tempo: la superficie della realtà, dell’oggettività.
L’estensione di un’idea condivisa ed equidistante dalle nostre
strategie individuali. Quindi, ciò che Cole sta ripetendo,
mentre i nostri infermieri ne sorvegliano ogni respiro, è che
i sopravvissuti hanno abbandonato la dottrina di un punto d'appoggio
comune in grado di rappresentare, al contempo, la nostra provenienza
e il nostro destino. Cole ci sta dicendo che in questo tipo di realtà
si recita la parte dei volontari, senza essersi mai offerti come
tali. Volontari obbligati. Nati schiavi, testimoni della nostra
disfatta. Cole schernisce le nostre ambizioni di un’ineccepibile
gestione psichiatrica: Io sono pazzo, e voi siete la
mia
pazzia…
Impossibile replicare, se
non chimicamente: la chimica del farmaco ci viene sempre in aiuto. Se
ascoltassimo Cole, finiremmo col credere che non esistano confini tra
la mente e la realtà, ma solo un divenire incessante di
sovrapposizioni. La realtà di una sparatoria in un aeroporto
che diventa il sogno di un prigioniero, di un volontario obbligato a
rientrare nel proprio sogno… in realtà, un ricordo,
trascritto in codice e respiro trattenuto, tramutato nel bagliore
degli occhi del bambino che sarà prigioniero e che viaggerà
attraverso il tempo per diventare il protagonista reale del proprio
ricordo, l’attore principale della propria morte… È la
realtà, certo. Ma è il sogno di Cole. Ed è il
ricordo di Cole... Gli artisti e i filosofi del Romanticismo
ruotavano inebriati attorno a questo nucleo caldo: la compiuta
identità di ricordo, sogno e mondo in sé. Per cui,
romanticamente, aumentiamo il dosaggio di paradiso artificiale per il
soggetto James Cole… Chiudiamolo nella gabbia, assieme agli altri,
in mezzo ai giochi. Qualcuno, magari un uomo con lo smoking e le
pantofole di peluche, gli suggerirà la soluzione: Quando
smetterò di immaginarmi altrove, sarò guarito…
JEFFREY GOINES SHOW
siamo ancora lì, Jim ed io... ma Jim si ostina,
non
capisce: tutta questa faccenda dell’annientamento dell’umanità
è un progetto un po’ troppo dispendioso… glielo ripeto,
Jim, Jim, Jim, è un progetto folle…
“Devo fare una telefonata.”
“Una telefonata?”
“Sì.”
“Una telefonata... Vuol
dire
comunicare col mondo esterno… È a discrezione del dottore!
No! Ehi, ehi… Se tutti questi svitati telefonassero, la pazzia
dilagherebbe attraverso i cavi telefonici e perforerebbe le orecchie
di tutte quelle povere persone sane… infettandole, capisci? Svitati
dovunque. La piaga della pazzia... In effetti, siamo pochi qui. Siamo
pochi ad essere malati di mente, qui. Non parlo di te… magari tu,
che ne so, tu sei veramente schizzato come un cavallo. Ma non è
per questo che sei qui. Non sei qui per questo! Non sei qui per
questo!”
non sei qui per questo, dico a Jim… non sei qui
perché
parli continuamente di questo tuo sogno,
l’estinzione delle
scimmie pensanti… eh eh… è il sistema, capisci? il
sistema… la gabbia... vuoi che ti legga i miei appunti? vuoi
sentire la verità, Jim? silenzio, voi… signori... ah,
fanculo!
“Lo sai che cosa è pazzo? Pazzo è quello che
impone la maggioranza…”
allora, questi sono i miei appunti… occhio, Jim, è
roba
top-secret: d’accordo? ma perché continuano a fare casino,
quelli là… smettetela! ecco, leggi qua… lo
psicofarmaco ti fa smettere di cercare / ma che cazzo stiamo
cercando? si domanda l’uomo savio / cosa stiamo cercando? forse
è questo, Jim, che ti fa squagliare tutto, in quella testa:
non sai cosa stai cercando quaggiù? ma c’è la droga
per questo, ti somministrano le medicine per questo... dottori
nella casa / è il momento per voi di sospendere l’attività
/ noi scimmie abbiamo capito tutto / la memoria è un vizio
temporale / tolto il tempo, tramite la terapia farmacologica, non
avremo più nemmeno un ricordo / la nostra mente sarà
piatta come una lavagna per i vostri scarabocchi… se ci
spianano
con quella roba, Jim, è per toglierci la cognizione del
passato… e del futuro… zero progetti, capisci? neutri, spopolati,
appiattiti, facili da riempire e da rieducare… e poi, Jim, quando
avranno terminato con noi, forse godremo di visioni impersonali e
disincarnate come schermi tv… l’uomo-schermo tv: non più
scimmia pensante, non più un problema... Jim? leggi qua… non
farti vedere! fai finta di niente adesso, sbava un po’, Jim,
sull’accappatoio… sbava sull’accappatoio… bravo! perfetto!
ecco, Jim... questi sono i miei primi appunti, gli appunti
introduttivi, ma in cui i giochi erano praticamente fatti… guarda,
era già tutto prefigurato, scritto chiaramente, elaborato fin
nei minimi dettagli... top-secret, amico, top-secret… raccolgo
stralci / raccolgo informazioni / le voci nelle orecchie / nella
testa / avvengono sbalzi, sconnessioni, improvvisi lampi di lucidità,
grida di assoluta cattiveria primordiale / come se avessimo tutti una
radio portatile e le cuffie / come se avessimo le cuffie sopra le
orecchie / peggio, dentro il cervello / cosa ho detto? / ci legano /
ci danno questo, l’ago / il bicchierino con le compresse / il
bianco / pulito e insapore per dissipare il ronzio delle voci e
mettere la foschia al suo posto / bianco come se non fosse mai stato
toccato / una condizione / flebo detector / ecco, forse / le voci
riguadagnano la scena / dove siamo? una città? un centro
commerciale? / tema di una cassa continua / una musichetta / che
bello, tutti allegri / tutta questa gente tesa alla riproduzione /
tutto questo sottobosco genetico / le scimmie / dovremmo liberare
tutti questi animali / dovremmo farlo / già, lo faremo / e
puoi cercare la mitologia e la biologia e l’escatologia sulle
panchine di quegli anziani avviticchiati / tirarli fuori dallo zoo,
liberarli / niente eccessi, Jeffrey / ecco che ritornano / lo
psicofarmaco fa il suo effetto e non manca il colpo / diciamo che
vuole, decide, imposta, sogna, in tua vece / decomporsi senza
invecchiare / senza morire / e a quel punto venire sostituiti /
perché non più riparabili / irrecuperabili schermi /
piccoli vermi dall’aspetto asettico come esche di plastica si
staccano dal morto che non si è accorto di essere morto /
niente eccessi, dicono / anche il peggio è accettato con
buonumore / la scienza psichiatrica / questa pratica da mattacchioni
/ si viene rimossi da dove si è / siamo qui, nel luogo che più
assomiglia al Paradiso / ovvio / mio padre è Dio / e il tempo
è solo un residuo materico / non ha consistenza / nessun peso
sulla ragione, nessuna coscienza / e nessun’attesa / per quanto
tempo ci terranno qui? / ogni evento è come deve essere mentre
è / prima che loro lo taglino via / bianco, pulito, come se
non fosse mai stato toccato / eppure / ecco, forse sarebbe meglio, o
almeno più accettabile, se le cose e le scimmie e gli atomi
cessassero di muoversi / un regalo dall’aspetto inedito / la pace /
la stasi per noi peccatori… abbiamo un accordo, io e te,
siamo
soci adesso, siamo uniti… io non rivelerò il tuo piano, tu
non rivelerai il mio… Jim, Jim, adesso ascoltami... d’accordo,
Jim? ecco che ritornano…
“Venite! C’è un
clistere per tutti!”
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